A pît di une note di Giacomina Pellizzari, che e manifeste preocupazion che, come che al sucedeve 35 agns indaûr, si vuelin scancelâ i principis de leç istitutive de Universitât dal Friûl (che il so statût ju cjape dentri e ancje il pat sotfirmât di 32 istituzions), e comparìs une altre note, par furlan, firmade la ‘furlane’. La note de Pellizzari e dîs: «I candidati rettore devono dire chiaramente se considerano l’autonomia dell’università del Friuli un bene non negoziabile. Lo devono fare perché l’autonomia dell’ateneo friulano è centrale rispetto all’autonomia del Friuli Venezia Giulia». Questa volta l’appello ai tre candidati che si giocano il dopo Compagno, Alberto Felice De Toni, Paolo Pascolo e Leonardo Sechi, arriva, a pochi giorni dal voto di giovedì, dalle associazioni Friuli-Europa, dal Comitato per l’università friulana e dal Comitato per l’autonomia e il rilancio del Friuli, le quali «si sentono in diritto-dovere di ricordare ai candidati rettore che vi sono principi e valori che appartengono ormai stabilmente e profondamente al comune sentire, oltre che alle esigenze, della comunità friulana». In parole povere, le tre associazioni rappresentate dall’onorevole Renzo Pascolat, dal notaio Marino Tremonti e dal professor Gianfranco D’Aronco, padri dell’università friulana, riconoscendo di non avere titolo a entrare nel merito delle libere scelte elettorali dell’ateneo, plaudono alla lettera aperta del professor Sandro Fabbro, che in qualità di componente del Senato accademico, ha chiesto ai candidati: «Considerate l’autonomia dell’ateneo friulano un punto non negoziabile?». Al momento però, al quesito hanno risposto solo Pascolo e Sechi assicurando che «l’autonomia non si negozia». Proprio perché all’appello manca uno degli aspiranti rettore, i padri dell’ateneo friulano, pur «non avendo motivo di pensare che De Toni sia contrario al mantenimento dell’università autonoma», tornano sull’argomento per ricordare che «i principi e i valori richiamati nella legge istitutiva dell’università di Udine (8 agosto 1977 n. 546) e in particolare dall’articolo 26 dove si afferma che tale istituzione, richiesta dalla volontà popolare dopo il terremoto del 1976, è fatta anche allo scopo di contribuire al progresso civile, sociale e alla rinascita economica del Friuli e di divenire organico strumento di sviluppo e di rinnovamento dei filoni originali della cultura, della lingua, delle tradizioni e della storia del Friuli, sono stati ripresi e sviluppati anche dal nuovo statuto dell’ateneo friulano. Ma non solo, perché Pascolat, Tremonti e D’Aronco si soffermano pure sul Patto per l’università sottoscritto, cinque anni fa, da 32 istituzioni friulane per «fissare una serie di obiettivi comuni e puntare a una forte apertura e internazionalizzazione dell’università del Friuli valorizzando, ma altresì rispettando i principi istitutivi che hanno nell’autonomia formale, decisionale e amministrativa dell’ateneo, la loro condizione imprescindibile». Ripercorse le motivazioni e i principi ribaditi in questi anni, i padri dell’università avvertono: «Scelte difficili, in campo finanziario o di collaborazione con altri atenei, che implicassero anche rinunce, più o meno marginali, a tali principi, verrebbero considerate come non rispettose della volontà popolare che è stata alla base dell’istituzione dell’università del Friuli e della sua autonomia». Da qui il quesito: «Considerate autorevoli candidati, l’autonomia dell’università del Friuli un bene non negoziabile? Se sì, come ci auguriamo, vi saremmo grati se lo poteste dichiarare, prima dell’elezione del nuovo rettore, esplicitamente e pubblicamente facendovi garanti di tale posizione verso la comunità friulana tutta».
La note de ‘furlane’ e dîs: “Al è strani che ni il sfuei dal Friûl libar ni il MF si sedin interessâts dal câs de nomine dal gnûf retôr che al samee che nol sedi furlan, gjavant cussì al ateneu furlan il rispiet des prerogativis che l’art. 26 de leç di fonde al veve ben che sotliniât … Isal pussibil che nô furlans o sedin cussì dordei di stâ a cjalâ cence bati cei ni protestant a grande vôs? pussibil che nissun dai moviments si sedin aleâts cui paris fondatîfs de universitât e cui moviments che le àn sostignude par tignî di voli la defriulanizazion in at dal nestri ateneu?”.
O sin convints che la ‘furlane’ e sei in buine fede cuant che e manifeste il so sconciert pe ignavie dai furlans che si lassin gjavâ vie tiere, identitât e dirits cence reagjî, cence protestâ. E fâs ben a sconciertâsi, ma che no stedi a cjapâ dentri tal grum ancje il Moviment Friûl, che chê universitât le à volude, che al à la plene cussience che cence la sô presince e la sô lote no sarès mai stade istituide, come che cumò al à plene cussience che cence la sô presince te istituzion regjonâl al finirà che o prin o tart la Universitât autonome dal Friûl le scancelaran. E je dome cuistion di timp. Che no lu stedi a cjapâ dentri parcè che za prin che i trê nomenâts (Pascolat, D’Aronco e Tremonti) a disessis la lôr il segretari dal MF al faseve scrivi sul Messaggero Veneto: “Quando i friulani come popolo lottavano per ottenere l’Università del Friuli questi tre candidati cosa facevano? dove erano? Costoro dovrebbero sentire il dovere, prima di far campagne elettorali di basso livello per accaparrarsi voti fra il corpo accademico, di presentarsi ai friulani ad illustrare pubblicamente i loro programmi ed i loro intenti e trovare lì e non altrove il consenso. Altrimenti si comportano come replicanti dei politici”.
5 par Mil pe Universitât dal Friûl
Tes declarazions dai redits pal an 2011 la Universitât dal Friûl le àn sielzude 3.027 contribuents, e i è rivât un versament di 86 mil euros, che i si son zontâts altris 33 mil tant che cuote part des sieltis gjenerichis al setôr de ricercje sientifiche. In dut 119 mil euros, plui dal dopli di chê di Triest, che le àn sielzude 1.109 contribuents.
Autonomisti e Sotans
Stupisce abbastanza la superficialità con cui si tratta e si analizza il dato autonomista in Friuli. La propensione autonomista dei friulani c’è, c’è sempre stata, ma, per ragioni di condizionamenti che vengono da lontano, le cui origini si perdono nella storia e che comunque persistono ancora, i friulani accusano un comportamento politico nel momento della scelta elettorale e dello stesso impegno elettorale abbastanza anomalo rispetto agli altri popoli di lingua minoritaria dell’arco alpino, i francoprovenzali ed i tedeschi. Sono attratti dalle tendenze elettorali del resto dell’Italia, le importano, salvo ogni tanto ricredersi e ricordarsi che potrebbero esprimere per il proprio autogoverno un voto autonomo e autonomista. Al Moviment Friûl in particolare ed agli autonomisti in generale è stato impedito con la iniqua legge elettorale regionale vigente di potersi presentare alle elezioni in modo autonomo e dignitoso. Il voto ricevuto dal Front Furlan nell’ambito della modesta competizione provinciale di Udine, per la quale non valeva il criterio elettorale regionale, dimostra che, qualora si fosse presentato, il Moviment Friûl avrebbe raccolto un consenso consistente col quale tutti avrebbero dovuto fare i conti, considerata la sua capacità di azione che, pur con la limitata rappresentanza che aveva in regione, aveva saputo esprimere dagli anni 60 agli anni 80. Il risultato del Front Furlan è l’espressione di una voglia di autonomismo che a tratti ritorna perché non è mai cessata. Il risultato che avrebbe ottenuto il Moviment Friûl se avesse potuto presentarsi, sarebbe stato ben maggiore, tenendo conto del fatto che avrebbe dato un esito politico anche ad una parte della protesta dell’astensionismo, che ha assunto dimensioni allarmanti, oltre che agli autonomisti dispersi a destra e a sinistra. Da una parte avrebbe contribuito a rende più netta la vittoria del centrosinistra, che in queste elezioni ha rischiato grosso a non spendersi, come intelligenza politica e spirito democratico avrebbero richiesto, per agevolare l’autonoma presentazione alla competizione elettorale delle liste del Moviment Friûl; dall’altra avrebbe restituito alla considerazione politica regionale la specifica dimensione friulana e friulanista del tutto assente nei dibattiti e nei programmi della campagna elettorale. Cosa voglia significare Alessandro Carrozzo in un suo scritto recente per conto del gruppo Un Friûl Diferent, in cui analizza le posizioni e gli esiti di coloro che si sono definiti a vario titolo autonomisti, quando afferma che ‘la prove dal Moviment Friûl di tornâ in cjamp in chestis ultimis elezions, che e je lade strucje, e je une conferme empiriche che no lasse plui nissun dubi su la coretece de leture che e viôt la inadeguatece dal “partît di racuelte”, non è facile capirlo, soprattutto perché la mancata presentazione dell’MF non ha nulla a che fare con il suo essere, come dice lui, partito di raccolta, partito cioè in cui non si distinguono le posizioni di destra e di sinistra sotto la bandiera unitaria dell’autonomismo. In altre parole, la mancata presentazione del Moviment non è prova empirica di nulla che no sia quella del disorientamento autonomista da una parte e dell’autoreferenzialità dei partiti di destra e di sinistra, ai quali delle questione friulana nulla interessa, dall’altra, che sono stati capaci, senza distinzione di destra e di sinistra, di esprimere vergognose istanze antidemocratiche, approvando la legge elettorale che hanno approvata in regione, per perpetuarsi indisturbati e tenere fuori dalla porta per sempre gli autonomisti.
L’autonomismo friulano ha una storia più che ventennale che è passata attraverso il Moviment Friûl. Nessuna nuova organizzazione autonomista che non voglia o non sappia innestarsi su quel filone storico, che ricorra alle più assurde contorsioni per evitare di confrontarsi con la serietà dell’impostazione politica che richiedono i custodi del suo simbolo e del suo programma per sentirsi meglio ‘liberi’ di correre per gruppi solitari verso altrettante solitarie affermazioni, può vantare ‘una chiara identità politica di tipo autonomista’, almeno tanto chiara quanto lo è stata quella dell’MF. Purtroppo l’unità politica degli autonomisti, gli autonomisti stessi se la sono negata già quando l’MF la difendeva come bene prezioso, ai tempi in cui operava tra le mille difficoltà che ognuno può immaginare. Se l’MF si è ritirato nel 1992 ciò è stato dovuto in buona parte agli effetti dell’azione degli autonomisti esterni al Moviment che lo volevano sostituire con le confraternite di loro invenzione, ammanicate con le forze politiche di potere che li supportavano. Confraternite sedicenti autonomiste sono sempre spuntate fuori e anche in questa occasione elettorale non sono mancate. L’apertura del Moviment Friûl all’autonomismo ed agli autonomisti è stata dichiarata e resa pubblica per mesi, ma è stata sempre accompagnata dalla pretesa che chi si mette sotto il suo simbolo accetti le regole della fedeltà al suo programma, della correttezza e del dialogo interno prima delle decisioni di azione. Forse è per queste ragioni che gli autonomisti che si vedono in giro non amano aggregarsi sotto il simbolo dell’MF. Un Friûl Diferent insiste nel sostenere la tesi che in Friuli, essendoci autonomisti di destra e di sinistra, due dovrebbero essere le espressioni politiche che li organizzano, le quali dovrebbero schierarsi su fronti distinti ed in competizione, che si alternano al governo della Regione. Non c’è posto più per un ‘partito di raccolta’ come il Moviment Friûl, che nella sua storia ha cercato di mantenere uniti questi due aspetti dell’autonomismo. La tesi di Friûl Diferent merita rispetto come ipotesi politica, se è sinceramente espressa per trovare una via di uscita alle presenti difficoltà dell’autonomismo friulano, almeno sul piano dell’astrazione teorica. Peccato però che sul piano della cruda realtà empirica per ora abbia dimostrato solo che agli occhi del PD, al quale ha rivolto le sue istanze ed il suo sostegno, il gruppo, che dovrebbe esprimere l’autonomismo di sinistra, appare solo un gruppo al quale si può concedere ogni tanto un po’ di attenzione a titolo di cortesia, non rappresentando una forza politica reale dotata di un suo elettorato autonomo. Peccato che buona parte dei gruppi definiti dalle analisi di Friûl Diferent autonomisti di destra rientrino nella ben nota schiera dei mistificatori dell’autonomismo friulano, che mai non sono mancati, nemmeno ai tempi in cui c’era l’MF. La tesi del Moviment Friûl è diversa. Più che la distinzione tra autonomisti di destra e autonomisti di sinistra (che comunque o prima o poi andrebbe fatta, cercando di capire però che cosa dovrebbe significare, dal momento che non può significare ai nostri occhi la semplicistica conclusione che è autonomista di sinistra chi guarda verso il PD o di destra chi non guarda verso PD!), andrebbe fatta distinzione tra autonomisti e pseudoautonomisti, o avventurieri del più vago autonomismo alla ricerca di affermazione. Una volta fatta, si dovrebbero tenere uniti gli autonomisti in una sola forza politica dentro la quale dovrebbero confrontarsi dialetticamente e rispettosamente istanze liberal democratiche da una parte e socialiste democratiche dall’altra, nell’unitaria cornice condivisa di un programma autonomista di base. Solo una volta che l’elettorato friulano desse a questo Moviment Friûl un consistente consenso, solo allora, forse, sarebbe il caso che desse origine a due formazioni politiche distinte, una autonomista di destra ed una autonomista di sinistra. Solo allora potrebbe permettersi questo lusso. In altro caso, stando le cose così come stanno ora, si tratterà sempre e comunque di sotans in cerca di legittimazione a destra o a sinistra.